Il Milan riparte con Amorim: sei punti, segnali positivi e qualche lacuna. Leao è ormai passato mentre Baresi resta eterno simbolo rossonero
Il Milan si lascia alle spalle il debutto stagionale a San Siro contro il Venezia con una vittoria che vale più dei semplici tre punti. Non tanto per la difficoltà dell’avversario, quanto per le indicazioni che la partita ha consegnato sul nuovo corso rossonero. Un Milan ancora imperfetto, a tratti troppo esposto ma capace di creare, di imporre la propria idea di calcio e soprattutto di sfruttare fino in fondo le risorse a disposizione.
La vittoria contro il Venezia arriva, inoltre, in una settimana nella quale si è chiuso definitivamente uno dei capitoli più importanti della storia recente del club: Rafael Leao è ufficialmente un nuovo giocatore del Galatasaray.
Una separazione che, a onor del vero, era stata annunciata dallo stesso portoghese già al momento del ritiro con la Nazionale in vista del Mondiale negli Stati Uniti. Poi, tra trattative che sembravano sul punto di concludersi, improvvise frenate e nuovi rilanci, il trasferimento aveva assunto i contorni di una storia destinata a non finire mai. Alla fine, invece, il divorzio si è concretizzato.
Sette anni di Milan si chiudono così.
E inevitabilmente i tifosi si sono divisi. C’è chi considera un errore aver lasciato partire quello che, per talento puro, era probabilmente il giocatore più forte della rosa e ritiene insufficiente la cifra incassata dal club. C’è chi invece sceglie di ricordare ciò che Leao ha dato al Milan, soprattutto nella straordinaria stagione dello Scudetto e in quella precedente, ringraziandolo per il percorso fatto ma ritenendo che, una volta maturata la sua scelta, fosse arrivato il momento di lasciarlo andare.
E c’è anche chi, pur riconoscendone le qualità fuori dal comune, gli rimprovera di non aver mai espresso con continuità tutto il proprio potenziale. Un talento enorme, ma spesso intermittente, al quale forse un allenatore come Amorim avrebbe potuto restituire fiducia, centralità e quella cattiveria agonistica che a volte gli è mancata.
Alla fine, però, tutte queste posizioni possono condurre alla stessa conclusione. Era arrivato il momento di separarsi. Il Milan deve guardare avanti.
E le prime due giornate, con Torino e Venezia, hanno regalato indicazioni interessanti. Sei punti, punteggio pieno, cosa tutt’altro che scontata considerando proprio gli avversari affrontati. Nella scorsa stagione, infatti, contro squadre di questo livello i rossoneri avevano lasciato per strada punti pesantissimi, contribuendo alla mancata qualificazione in Champions League.
Oggi il Milan sembra avere un’altra faccia. La squadra produce. E produce tanto. Anche contro il Venezia le occasioni non sono mancate e la sensazione è che difficilmente vedremo quest’anno un Milan costretto a giocare da provinciale contro le grandi, rinunciando alla propria identità e affidandosi esclusivamente alle ripartendo. Amorim vuole una squadra aggressiva, propositiva, capace di occupare la metà campo avversaria. È una strada affascinante, ma comporta dei rischi. E proprio qui arrivano le prime note da correggere.
Il Milan concede troppo. Contro il Venezia è riuscito a mantenere la porta inviolata, ma in più di una circostanza la squadra ha lasciato spazi che, contro un attacco più cinico e qualitativo, avrebbero potuto trasformarsi in gol. Maignan è stato chiamato in causa e, considerando il modo in cui Amorim vuole interpretare le partite, la fase difensiva dovrà inevitabilmente essere registrata.
Essere aggressivi non significa essere sconsiderati. La società, in questo senso, dovrà aiutare l’allenatore.
La gara contro il Venezia ha ribadito una necessità che appare sempre più evidente: al Milan serve un difensore centrale di altissimo livello. Se la squadra sarà chiamata ad accettare frequentemente situazioni di uno contro uno e a difendere in campo aperto, serviranno interpreti capaci di reggere questo tipo di calcio.
Per questo il centrale dovrebbe rappresentare la priorità assoluta del mercato. Un giocatore più forte e soprattutto più adatto alle esigenze di Amorim rispetto alle alternative attualmente a disposizione, De Winter e Gabbia compresi.
E poi c’è il reparto offensivo. Ramos e Camarda sono troppo pochi per una stagione da cinquanta partite. Il portoghese è il centravanti titolare, il giovane italiano rappresenta un patrimonio da proteggere e valorizzare, ma in mezzo serve un’altra soluzione. Un attaccante “cuscinetto”, capace di alternarsi con Ramos senza togliere spazio alla crescita di Camarda.
Tra le note più positive c’è poi Chukwueze. Un giocatore sul quale, a inizio estate, non avrei scommesso praticamente nulla e che invece sta mostrando segnali incoraggianti. Contro il Venezia è stato diligente, ha lavorato anche in fase di non possesso e ha dimostrato una disponibilità tattica che forse non gli avevamo mai visto con questa continuità. Quando supera la metà campo, poi, rimane quel giocatore capace di creare qualcosa in qualsiasi momento. Una bella sorpresa.
Ma c’è un altro elemento che, dopo queste prime due partite, merita di essere sottolineato: la capacità di Amorim di incidere con i cambi.
Alla vigilia, il tecnico aveva parlato della necessità di creare stabilità e di fare in modo che tutti i giocatori conoscessero perfettamente i propri compiti. Non è soltanto una questione filosofica. È una necessità tattica: quando un allenatore sa che chi entra ha assimilato gli stessi concetti di chi è già in campo, diventa molto più semplice modificare una partita. E il Milan, finora, ne ha avuto una dimostrazione concreta.
Amorim è soltanto all’inizio del suo percorso rossonero. Il lavoro da fare è enorme e sarebbe sbagliato pretendere che tutto sia già perfetto. Ma una cosa si può dire: il nuovo Milan ha iniziato a prendere forma.
E mentre una nuova storia comincia, San Siro ha dimostrato ancora una volta di saper fermare il tempo. Perché la vittoria contro il Venezia non è stata soltanto la seconda tappa di questo nuovo campionato. È stata anche la serata del tributo a Franco Baresi, uno di quei momenti nei quali il calcio smette per qualche minuto di essere soltanto risultato, tattica e mercato. La Curva Sud ha salutato il suo Capitano con uno striscione che racchiudeva tutto ciò che Baresi rappresenta per il popolo rossonero:
“NOSTRO CAPITANO – FRANCO BARESI – LEGGENDA IMMORTALE, INIMITABILE BANDIERA CHE NON SMETTERÀ MAI DI SVENTOLARE”.
Parole che non hanno bisogno di spiegazioni.
Poi è arrivato il momento più emozionante: la maglia numero 6, quella ritirata in suo onore, depositata dal figlio Gianandrea sulla poltrona dove il Capitano era solito sedersi per guardare le partite.
Un gesto semplice, ma capace di raccontare una vita intera. Perché il calcio cambia. Cambiano gli allenatori, i giocatori, le proprietà, i sistemi di gioco.
Ma Franco Baresi no. Lui appartiene alla storia.
E quella maglia numero 6, quella curva, quello stadio intero in piedi per il proprio Capitano hanno ricordato a tutti che ci sono giocatori che non smettono mai davvero di giocare.
Restano nei ricordi, nei simboli, nelle generazioni.
6 PER SEMPRE!
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