Il Milan debutta vincendo e mostrando aggressività, dominio e idee chiare: nonostante il calo finale, l’esordio di Amorim lascia segnali molto incoraggianti
Il Milan inaugura il campionato con una vittoria che va ben oltre i tre punti. Il 2-1 rifilato al Torino racconta una squadra ancora imperfetta, certamente da completare e da rodare, ma capace per larghi tratti di mostrare un’identità precisa. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante emerso dalla prima giornata: al di là del risultato, per circa settanta minuti si è intravista la mano di Ruben Amorim.
Si arrivava all’esordio con qualche interrogativo di troppo. Il precampionato non aveva completamente convinto e la prestazione contro il Manchester United aveva contribuito a ridimensionare qualche perplessità, senza però cancellarla. A Torino, invece, il Milan ha dato subito una risposta concreta.
La squadra ha imposto il proprio ritmo fin dai primi minuti, andando a cercare il pallone nella metà campo avversaria e provando a soffocare la costruzione del Torino con un pressing alto e aggressivo. Gli uomini di Amorim hanno tenuto il possesso, occupato bene gli spazi e costretto spesso i granata a giocare sotto pressione. È mancata, soprattutto nel primo tempo, la capacità di trasformare questa superiorità territoriale in occasioni realmente pericolose, ma il dominio del gioco è stato evidente.
Il Milan ha dovuto aspettare la ripresa per trovare la via del gol. Il vantaggio nasce da una giocata che sintetizza bene ciò che l’allenatore portoghese vuole dalla sua squadra: recupero, verticalità e attacco immediato dello spazio. Musah rompe gli equilibri, Cissé raccoglie e conclude con freddezza. Poco dopo arriva il raddoppio, costruito ancora attraverso aggressività e qualità: Saelemaekers recupera palla, Chukwueze pennella sul secondo palo e Rabiot trova il guizzo vincente.
È probabilmente da quel momento che emergono i primi veri segnali di allarme. Il Milan, con il passare dei minuti, perde brillantezza, abbassa il baricentro e lascia al Torino la possibilità di rientrare nella partita. I granata colpiscono un palo e costruiscono altre situazioni pericolose, fino alla magia di Che Adams al 93’. Una rete spettacolare che riapre virtualmente la gara, ma non abbastanza per impedire ai rossoneri di portare a casa una vittoria meritata.
Ed è proprio qui che va inserito il discorso sul tempo. Amorim lo ha ammesso senza nascondersi dietro alibi: la squadra avrebbe avuto bisogno di una preparazione più completa e di un numero maggiore di partite per arrivare all’inizio della stagione con una condizione migliore. Anche la gestione delle sostituzioni, nel finale, non ha prodotto gli effetti sperati.
Non è una bocciatura, tutt’altro. È la fotografia di un progetto appena iniziato.
La rivoluzione voluta da Gerry Cardinale non può essere valutata dopo novanta minuti. Il Milan sta cercando di cambiare pelle, metodo e mentalità e un processo di questo tipo inevitabilmente richiede tempo. Il problema è che il tempo, nel calcio, è probabilmente la risorsa più difficile da ottenere. La tifoseria arriva da anni di promesse, cambiamenti e aspettative spesso rimaste deluse. Per questo oggi non bastano più le dichiarazioni d’intenti: servono prestazioni, risultati e soprattutto continuità.
La credibilità dovrà essere costruita sul campo.
Anche il mercato resta una componente fondamentale di questo percorso. La rosa appare ancora incompleta e manca soprattutto un giocatore offensivo mancino capace di unire tecnica, struttura fisica e capacità di incidere tra le linee. La presenza di Loftus-Cheek ha evidenziato quanto possa cambiare la qualità della manovra quando il Milan dispone di un elemento in grado di dare fisicità e imprevedibilità alla trequarti, ma la continuità resta un problema.
Sul fronte delle uscite, Nkunku è ormai fatto al ritorno a Lipsia: operazione concretizzata nelle ultime ore con un prestito oneroso da 3,5 milioni di euro e un diritto di riscatto fissato a 28,5 milioni o. Più complessa, invece, la situazione di Fikayo Tomori. Il difensore inglese non sembra intenzionato ad accettare una destinazione qualsiasi soltanto perché non rientra nei piani tecnici. Preferirebbe scegliere una soluzione gradita e, in assenza di alternative convincenti, non esclude di restare a Milano fino alla naturale scadenza del contratto, nel giugno 2027.
Restano inoltre da definire le situazioni di Fofana, Ricci e Leao. Tre casi differenti, ma accomunati dal fatto che il mercato in uscita non ha ancora preso la direzione definitiva. I prossimi giorni saranno quindi decisivi per alleggerire la rosa e, contemporaneamente, provare a consegnare ad Amorim quei giocatori necessari per completare il suo progetto tattico.
La sensazione, però, è che la partita di Torino abbia lasciato molto più di una semplice vittoria.
Personalmente, credo che nessuno si aspettasse di vedere già all’esordio un Milan capace di proporre per così tanto tempo un calcio così aggressivo e dominante, soprattutto considerando le numerose assenze tra i titolari. Per lunghi tratti si è vista una squadra che voleva comandare la partita, recuperare il pallone in avanti e imporre la propria idea senza aspettare l’avversario.
Certo, il calo finale ricorda a tutti che la strada è ancora lunga. La condizione atletica dovrà crescere, alcuni meccanismi andranno perfezionati e il mercato dovrà completare una rosa ancora non definitiva. Ma se questo è soltanto l’inizio, il segnale è decisamente incoraggiante.
Nessuno pretendeva un Milan già perfetto. Ma vedere subito aggressione alta, personalità e un calcio per lunghi tratti dominante era tutt’altro che scontato. Se il buongiorno si vede dal mattino, allora questo potrebbe essere davvero l’inizio di qualcosa di interessante.
Il nuovo Milan targato Amorim parte forte: idee, intensità e aggressione
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