L’equilibrio perduto. E mai trovato del nostro Milan
L’equilibrio, questo sconosciuto. Il Milan non l’ha trovato a inizio campionato, non lo ha costruito a metà stagione e adesso, quando i punti iniziano a pesare come macigni, continua a non averlo. Anzi, sembra allontanarsene sempre di più. È una squadra che non sa chi vuole essere, né come arrivarci. E a questo punto, dopo mesi di prove, errori e illusioni, la domanda è inevitabile: si può davvero andare avanti con questo assetto? Con Leao, Pulisic, Abraham, Reijnders e Fofana contemporaneamente in campo? La risposta è no. È impossibile.
Leão è un talento purissimo, una gioia per gli occhi quando ha il pallone, ma senza palla sembra un rapper in tour: cammina, si estranea, si disconnette dalla squadra. Pulisic è generoso, corre, ci prova, ma ha limiti evidenti: non ha la struttura fisica né la lucidità difensiva per essere davvero utile quando la squadra soffre. Reijnders è un giocatore elegante, brillante negli ultimi trenta metri, ma totalmente inadeguato a gestire l’equilibrio di un centrocampo in difficoltà. Abraham sta cercando se stesso dopo un infortunio pesante e viene spesso usato fuori contesto, mentre Fofana, seppur promettente, è ancora troppo istintivo, disordinato e acerbo per reggere certe responsabilità.
Il compromesso di Conceição: senza coraggio e identità, il Milan non può risorgere
Mettere insieme questi cinque giocatori significa rinunciare a ogni principio di compattezza, copertura e lettura tattica. E qui subentra Conceição, l’allenatore chiamato per dare un’anima e che invece sembra aver scelto il compromesso: si fida dei nomi, non delle idee. Ma non si costruisce una squadra solo con talento: ci vuole coraggio, ci vogliono scelte, rinunce, identità.
Lo dicono i numeri, lo mostrano le prestazioni, lo urlano le partite: il Milan così non può andare avanti. I tifosi, i veri, lo sentono. Lo vedono. Lo vivono ogni maledetta domenica.
E se è vero che il Milan è in una fase di ricostruzione, è altrettanto vero che questa ricostruzione, ad oggi, non ha fondamenta solide. Il campo non mente. E il Milan, adesso, sembra una squadra senza anima, senza struttura, senza guida.

La difesa è un disastro annunciato
Sabato sera, contro la Fiorentina, è stato uno spettacolo desolante. I quattro dietro sembravano gente appena arrivata al campetto del sabato. Zero comunicazione, zero sintonia.
Theo, per carità, lo conosciamo: è un treno in corsa, vive per attaccare. Se torna indietro, è già un miracolo. Ma gli altri tre? Irriconoscibili. Nessun punto fermo, nessuno che comandi, che guidi, che urli.
E questo, in una squadra come il Milan, è inaccettabile. Servono leader, servono voci forti. Non figurine in silenzio.
Siamo il Milan, non una comparsa
Io lo dico chiaro: quest’anno lo vedo male. Non mi nascondo. Il Milan dev’essere là in alto, a contendersi tutto, sempre. E invece siamo a rincorrere, a spiegare, a giustificare. Ma a me le giustificazioni non bastano più.
C’è un progetto? Ok. Ma oggi, questo progetto non sta funzionando. I numeri non mentono, le partite nemmeno. Abbiamo troppi giocatori che non reggono la pressione, che non hanno ancora capito cosa significa portare questa maglia.
La fascia a Maignan? Sì, ma con un dubbio
La fascia da capitano a Maignan? Non mi fa impazzire, lo dico con franchezza. Io ho sempre pensato che il capitano debba essere dove succedono le cose, parlare con l’arbitro, farsi sentire. E un portiere, per quanto leader, sta troppo lontano.
Però Mike ha carisma, presenza, peso nello spogliatoio. E forse, in mezzo a tanti silenzi, è giusto che l’abbia lui.
Sul suo rendimento? È vero, ha avuto un calo. Ma quando uno come lui ti abitua a essere una muraglia, appena abbassa un po’ il livello gliene fanno una colpa enorme. Per me resta un gran portiere, da Milan e da Nazionale. Ma anche lui, ora, deve ritrovarsi. Subito.
Dietro si è sbagliato tutto: ora serve rivoluzione
Diciamola com’è: da metà campo in su abbiamo talento. Ma dietro sono stati sbagliati gli investimenti, e i nodi sono venuti tutti al pettine. La difesa è fragile, insicura, mal costruita. Non basta tappare buchi, serve ripartire da zero.
Serve una rivoluzione vera, di idee e di uomini. Gente che sappia cosa significa soffrire per questa maglia, lottare, sputare sangue. Perché il Milan non è solo un club. È una fede, una responsabilità, una storia da onorare ogni singolo minuto.
Io non mollo, non mollerò mai. Ma chiedo, pretendo, che il Milan ritorni a essere il Milan. Quello che fa tremare gli avversari. Quello che gioca per vincere, non per galleggiare.
Perché questo, adesso, non è il mio Milan. E così non ci sto.
Sempre Forza Milan, Agostino Combatti
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