LETIZIE FURLANI – Nel corso di un intervento a Sportitalia, il giornalista Francesco Letizia ha commentato senza mezzi termini la situazione dirigenziale del Milan, soffermandosi soprattutto sul ruolo di Giorgio Furlani e sul confronto con il passato recente di Paolo Maldini.
Secondo Letizia, dopo una stagione negativa nessun dirigente dovrebbe essere considerato al riparo dalle critiche: “Se una stagione fallisce, nessuno deve essere intoccabile. In questa visione, Giorgio Furlani dovrebbe essere messo in discussione”.
Il giornalista ha poi chiarito che il discorso non riguarda questioni personali: “Non necessariamente per vendetta cieca, detto che il rapporto tra i due è stato spesso conflittuale, ma per una questione di coerenza interna”.
Nel suo ragionamento, Letizia ha evidenziato quello che considera un diverso trattamento mediatico e societario tra Maldini e l’attuale dirigenza: “Nell’ultimo anno si è consumato uno squilibrio evidente nella considerazione dei due: chi aveva responsabilità operative e sportive è stato sacrificato mediaticamente, mentre il vertice gestionale, che ugualmente ha messo mano al lato tecnico, senza averne le competenze, è rimasto protetto”.
Per il giornalista, una situazione difficile da comprendere nel mondo del calcio: “Per un uomo cresciuto nella cultura feroce dello spogliatoio, dove chi perde paga, questa è quasi un’eresia”.
Nel suo intervento Letizia ha parlato anche del cambiamento vissuto da Zlatan Ibrahimović negli ultimi mesi: “Ibra da mesi si è tagliato i capelli e veste elegantissimi completi chiari su misura, quasi a sottolineare che quello dell’anno scorso non esiste più: oggi sembra più Gordon Gekko che un ex attaccante in cerca di autore”.
Infine, la riflessione conclusiva sul contrasto tra due diverse idee di calcio all’interno del club rossonero: “Dietro questa situazione, c’è anche un evidente scontro di identità. Da una parte una visione di un’azienda e basta, algoritmica, finanziaria, internazionale. Dall’altra la visione del campo, del calcio”.
E ancora: “Zlatan è stato per anni un simbolo di una concezione quasi monarchica del calcio, dove le società vincono quando hanno uomini forti, riconoscibili, temuti. Come ai suoi tempi, come ai tempi di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani”.

